• Cristina Ferina

L'Arte di Recuperare (ciò che si è perso)


Mentre scrivo, piove.


Un giugno strano, che mi costringe ad indossare non uno, non due, bensì tre maglioni di lana. Sono seduta fuori, respiro aria umida, tiepida, a tratti fresca e profumata. Qualche piccolo uccellino, con il suo cinguettio, mi ricorda che, nonostante il clima avverso, l'estate è alle porte. Mentre le memorie, insieme al rumore del tuono, mi riconducono ad un tempo lontano e malinconico, una distanza incalcolabile mi separa da un mondo che non mi appartiene più, da una stanza parallela, colma di pensieri disorganizzati, di narrazioni incoerenti, di nebbia, di roller coaster.

La osservo, e mi rendo conto che è proprio lì dentro che ho perso qualcosa di estremamente prezioso. Non so classificare cosa sia; forse una piccola parte di me, probabilmente una sfumatura, una forma senza confini, uno spazio frammentato, una ferita ancora aperta.

Bruciante. Rossa. Mediamente profonda, comunque presente, ma in fase di guarigione.


Esiste un'antica arte giapponese, il Kintsugi (letteralmente "riparare con l'oro" ciò che si è rotto) che dice molto sull'importanza del recuperare, al di là di ogni reale o apparente difficoltà; nella pratica, può essere un vaso, o un qualsiasi oggetto, mentre, metaforicamente, possono essere le situazioni, le relazioni, la vita...

Immagina di avere un filo d'oro che ti attraversa per ogni cosa che, nella tua vita, dopo essersi rotta, è stata riparata. Come ti fa sentire?


Penso che non esista immagine più intensa, significativa e simbolica di questa per far emergere l'importanza del rimettere a posto le cose (quando è possibile, naturalmente).

Lo sanno bene gli antiquari, i restauratori, gli amanti del vintage, i frequentatori dei mercatini dell'usato.


Ciò che si può riparare ha fascino, porta con sè una storia antica, moderna e contemporanea insieme, concede un viaggio nell'immaginario, collettivo, individuale, tra i mondi. C'è la traccia della mia presenza e di tutti quelli che, con quella cosa rotta, sono entrati in qualche modo in contatto. Una moltitudine necessaria e condivisa, uno specchio a più dimensioni. C'è il senso profondo dell'antifragilità, l'esperienza del caos e dell'entropia, due aspetti da accogliere facendoli propri, per fluire, e imparare a navigare con la prospettiva di giungere sempre a riva.


Nell'arte del riparare si recupera anche ciò che, di prezioso, non si sa di aver perso. Lo si riporta con sè finalmente rinnovato, orientato ad un nuovo finale, dinamico e, potenzialmente, in continuo cambiamento.

Si sa, una buona storia, che lascia il segno, è sempre quella che riserva colpi di scena nemmeno immaginati.


Ti è mai successo di riparare, trasformandolo in un oggetto prezioso, qualcosa che, prima della sua rottura, non lo era?


Prova a pensarci... intanto, qui, anche se fa ancora freddo, non piove più... e ritornano, tutti insieme, l'espressione sorridente nel cielo, l'aria pulita, il contrasto dei colori, il respiro degli alberi, i rumori di questa insolita estate in arrivo e, soprattutto, la sensazione, intensa, di apertura verso nuove, ma antiche, opportunità.


Con autenticità,


Cristina

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© 2020 Cristina Ferina  - Bodytelling e Bodywork, ricevo a Torino e Castellamonte (TO)