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Pedagogia del ritorno: lo sguardo sul possibile

  • Immagine del redattore: Cristina Ferina
    Cristina Ferina
  • 14 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

gestione del cambiamento, pedagogia

Ci sono momenti della vita nei quali, per svariate ragioni, è necessario esercitare una sorta di epochè operativa, tradotta, nel mio caso, in una sospensione di ogni attività che esulasse, all'epoca, dalle attività lavorative standard. Questo tempo mi è servito per riflettere e definire nuove traiettorie.

Sono passati ormai tre anni da quando ho scritto il mio ultimo post, e ricordo bene quel periodo. Avevo perso un pezzo importante del mio viaggio.

Quello a seguire è stato un periodo incerto e frammentato, tipico della vita, in fondo.

Gli output sono stati molteplici: nuove collaborazioni, un viaggio oltreoceano, altri percorsi accademici, e il ricongiungimento, questa volta felice, con progetti accantonati per il timore di agire.

Il mio intento, a partire da oggi, non è certo quello di impartire lezioni di saggezza e consapevolezza, o dare istruzioni di vita, suggerendo cosa sia meglio fare o non fare (perché ognuno sceglie per sè, in base alle proprie esigenze, aspettative e risorse, ma anche perchè non esistono "buoni propositi").

Da questo momento, il mio obiettivo, che ha un valore prima di tutto per me, è quello di sensibilizzare sulle potenzialità che la pedagogia, in particolare quelle di taglio immaginale, di cui tanto ho scritto in passato, e che continuerò ad approfondire, può offrire a chiunque, in particolare se integrata con la filosofia, nella sua finalità magistrale: alimentare il pensiero critico. Entrambe vanno nella stessa direzione, quella di sostenere nel processo di crescita e comprensione del proprio potenziale, senza trascurare alcun aspetto, e leggendo anche nei dettagli la possibilità di costruire un nuovo percorso personale, fluendo con la necessità di cambiamento

Da pedagogista orientatrice, specializzata nell'educazione degli adulti, mi rendo conto di quanto il cambiamento affascini e spaventi, nello stesso modo e nello stesso tempo; due forze in tensione contrapposte che hanno un unico risultato: lasciare la persona bloccata, congelata e spaventata, dov'è.

Se si vive il cambiamento come l'unica strada percorribile (in una determinata fase della vita, in circostanze impreviste o in altre situazioni), accettandola, ciò che inizialmente crea resistenza si trasforma in uno spazio di espressione individuale, dove, spontaneamente si aprono porte (come quella in foto) e si varcano soglie, soprattutto mentali.

La pedagogia diventa un dispositivo capace di trasformare, rivoluzionandola, la propria condizione, perché affronta i disagi e malesseri individuali come riflessi provenienti dalla relazione con la società contemporanea, molto abile a mascherare una profonda fragilità, attraverso distorsioni cognitive, apparenze esagerate, competizioni inutili, livelli di performance irraggiungibili.

Non basta comprendere questa dinamica per risolvere la questione, in quanto ogni individuo, ribadisco, ha il proprio bagaglio di risorse e competenze; certo è che, in questi ultimi anni, le richieste provenienti dall'esterno, per loro irrealizzabilità, allontanano sempre più dall'obiettivo finale, mettendo a dura prova anche le abilità più allenate.

Quindi, sintonizzarsi con le richieste interne, potrebbe essere un buon antidoto; intanto, perché si parte da sè, dimensione di autenticità, educativa e "pratica" di confine (tra noi e il mondo esterno, tra i nostri interessi, tra le pieghe della nostra storia, costantemente in prima linea e periodicamente da negoziare), e poi, da sè, rimane il nostro unico punto di partenza, qualsiasi sia la destinazione.


Guardare (d)al proprio interno, con autenticità e apertura, è l’unico modo per trasformare la fragilità in opportunità, la resistenza in scoperta, e ogni soglia apparentemente chiusa in una porta pronta ad aprirsi.


Senza alcuna pretesa, ma con un invito a provare questa azione (fortemente pedagogica),


Cristina







 
 
 

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