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Allontanarsi da sè (e come riavvicinarsi)

May 20, 2019

 

Allontanarsi da sè accade.

 

Ci si ritrova in uno stato di smarrimento e alienazione, tipico dei momenti che seguono una rottura, una situazione gravosa che ha sfidato e sopraffatto le risorse individuali, operando un distacco progressivo dalla fonte originaria.

Le risorse sono fattori che nutrono la nostra capacità di resilienza, e possiedono una doppia natura: interiore (attitudini caratteriali) oppure esteriore (hobby, interessi particolari, buone abitudini). Le risorse sostengono la fase di risalita. Spesso, nei momenti di allontanamento, si sperimenta un senso di estraneità dal proprio corpo, che non è più sintonizzato sulle frequenze del qui e ora. Gli eventi di una certa portata sono destabilizzanti, provocano dei cambiamenti talvolta insostenibili. Il sistema fisiologico aiuta, in modo intelligente, attraverso forme particolari di adattamento: dissociazione e separazione, ad esempio, nelle quali non si è più i se stessi di prima, interi, ma ci si trasforma in frammenti di un mosaico le cui tessere sono sparse e lontane tra loro.

 

La distanza diventa assenza, e si contrappone alla presenza, condizione di fondo che assicura equilibrio e senso di integrità e unicità.
La dimensione esterna, che non si è più in grado di valutare con sguardo consapevole, diventa un elemento di distrazione, che lascia in balia di scelte non autentiche, dettate da condizionamenti pregressi. Allontanarsi da sè è il primo passo verso la perdita dell’orizzonte di senso, individuale, collettivo, antropologico, perchè la storia personale, di uno, è contemporaneamente la storia di tutti; ognuno di noi è responsabile dell’evoluzione di una narrazione più ampia; ogni pensiero influenza il campo di relazione.

Sul tema dell’allontanamento da sè, della rottura, dello strappo, del trauma, esistono studi infiniti; in questi ultimi anni si sono scoperti approcci integrati in cui convivono le neuroscienze con la filosofia, l'arte con la psicologia, la narrazione con il lavoro somatico, che è anche il mio campo d’azione. 

 

Trauma, etimologicamente, significa ferita, taglio; la ferita è uno strappo, una separazione da qualcosa che in origine era unico. Una ferità è un'apertura in cui può entrare ancora dolore, se non si interviene per sanarla.

Vissuto dalla, e sulla, persona, il trauma è un evento che disorienta, dissocia, porta scompiglio nell'equilibrio individuale.

 

Un trauma è un evento, fisico e/o emotivo che, per natura, spezza questo equilibrio: un cambio repentino di programma, una perdita improvvisa, una notizia inattesa, il trauma è sempre un'esperienza che sfida le nostre risorse, spesso anche con la sua declinazione, più sottile, che agisce come la goccia che scava la roccia: la traumatizzazione, che diventa rilevante con il tempo e la ripetizione.

 

Un trauma, per essere risolto ed integrato, ha bisogno di un tempo scandito dai ritmi del corpo, con una ciclicità tipica degli assestamenti tellurici, che spesso fanno emergere, proprio come accade proprio nel fenomeno naturale, altri aspetti, rimossi per necessità auto-conservativa.

Ogni sfumatura va osservata, compresa ed integrata; ogni elemento metabolizzato diventa fondamentale nel processo, in quanto rafforza la cucitura dello strappo e conduce verso una direzione risolutiva.

 

Malgrado la confusione generata dal trauma, esiste una risorsa preziosa che non si perde mai: il sentire, un invito a sostare nell’esperienza, nonostante la durezza, la difficoltà, un accompagnamento alla narrazione di sè visto come forma di disidentificazione da ciò che sta accadendo. Disidentificarsi, oltre ad essere uno spazio di sicurezza, è anche riscattarsi da ciò che è accaduto in precedenza.

 

Il sentire crea piccoli varchi aperti su uno stato più profondo; emerge sempre per aiutare a raggiungere il cuore dell'esperienza, per entrare nella caverna più profonda, per incontrare le forze archetipiche, primordiali, diventare pienamente e autenticamente chi si è, decentrando le memorie disfunzionali e ingombranti che, al contrario, ci vorrebbero ciò che non siamo.

Stare con ciò che c’è, nel sentire, significa abitare il presente, rinascere ogni volta, attingere costantemente ad una fonte pura di creazione, costruire consapevolmente il futuro dopo aver integrato ciò che, all’economia dell’organismo, serve del passato, trasformandolo in nuove risorse, mentre il resto viene eliminato. Stare con ciò che c’è produce i contenuti della narrazione.

 

Qui si colloca la funzione riparatoria della narrazione, che porta alla conquista di una integrità rinnovata, ad un riavvicinamento a sè.
Non si può cambiare il passato, però, con il passato, si può negoziare una distanza, ci si può riposizionare sfruttando una prospettiva diversa da quella precedente e accogliendo una nuova visione.

Il racconto di sè, narrato nel presente, agisce in una dimensione in cui gli elementi della narrazione prendono forma dalla sensazione, mentre si avanza nell'esplorazione. Ogni sensazione diventa un simbolo che agisce come elemento di unione. Man mano che si procede nel racconto, si inizia a sperimentare una sorta di simpatia, una partecipazione soggettiva e forte, con gli elementi simbolici che hanno una forza riparatoria.

 

La narrazione riporta i pezzettini sparpagliati ad incontrarsi e ad unirsi di nuovo, in una forma diversa da quella originaria: una sorta di cheloide emotivo che, nel suo spessore, custodisce gli insegnamenti ricevuti da quella esperienza specifica appena vissuta.

 

Buona settimana,

 

Cristina

 

 

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© 2020 Cristina Ferina  - Bodytelling e Bodywork, ricevo a Torino e Castellamonte (TO)